Quando la mediazione può diventare un rischio per l’avvocato: obblighi informativi e responsabilità professionale
L’avvocato non è più un semplice accompagnatore della procedura
Per molti anni la mediazione è stata percepita da una parte dell’avvocatura come una fase accessoria del contenzioso. Una procedura da affrontare quando obbligatoria, senza attribuirle un particolare peso strategico.
L’evoluzione normativa e giurisprudenziale degli ultimi anni ha però modificato profondamente questo scenario.
Oggi la mediazione non rappresenta soltanto una condizione di procedibilità o un tentativo di composizione della lite. È un momento nel quale l’avvocato è chiamato a svolgere una serie di attività che incidono direttamente sulla tutela del cliente e, di conseguenza, anche sulla propria posizione professionale.
Il tema della responsabilità dell’avvocato in mediazione non riguarda soltanto gli errori procedurali. Riguarda soprattutto la capacità di informare, consigliare e guidare il cliente nelle scelte che dovranno essere compiute durante la procedura.
È proprio qui che si concentrano oggi i maggiori profili di rischio.
L’obbligo di informare il cliente non è una formalità
L’articolo 4 del D.Lgs. 28/2010 impone all’avvocato specifici obblighi informativi in materia di mediazione.
Molti professionisti conoscono perfettamente questa disposizione, ma nella pratica tendono ancora a considerarla un adempimento burocratico da assolvere attraverso la semplice consegna di un modulo.
In realtà il problema è molto più complesso.
Informare il cliente non significa soltanto spiegare che esiste una procedura di mediazione. Significa renderlo consapevole delle conseguenze che determinate scelte possono produrre.
Pensiamo a una controversia condominiale o a una lite ereditaria destinata a protrarsi per anni. Limitarsi a illustrare gli aspetti formali della procedura potrebbe non essere sufficiente se il cliente non comprende realmente quali costi, quali rischi e quali opportunità si celano dietro una decisione apparentemente semplice come partecipare o meno alla mediazione.
L’avvocato è chiamato a fornire un’informazione che sia effettivamente comprensibile e utile ai fini della decisione.
Ed è proprio su questo terreno che potrebbero nascere contestazioni future.
Il problema non è la mediazione fallita, ma la scelta non consapevole
Un equivoco molto diffuso consiste nel ritenere che la responsabilità professionale possa sorgere soltanto quando la procedura si conclude negativamente.
In realtà il rischio è diverso.
Nella maggior parte dei casi nessuno contesterà all’avvocato il fatto che l’accordo non sia stato raggiunto. La mediazione, per sua natura, può anche terminare senza alcuna intesa.
Ciò che potrebbe essere contestato, invece, è il percorso che ha portato a quella scelta.
Immaginiamo una situazione piuttosto frequente. Durante la mediazione emerge una proposta economicamente equilibrata, compatibile con i rischi del giudizio e con le risultanze istruttorie già disponibili.
Il cliente la rifiuta e la causa prosegue.
Dopo alcuni anni arriva una sentenza meno favorevole rispetto all’offerta che era stata formulata in mediazione.
A quel punto la domanda potrebbe essere inevitabile: il cliente era stato correttamente informato delle conseguenze del rifiuto? Aveva realmente compreso il rischio che stava assumendo?
La questione non riguarda la capacità dell’avvocato di prevedere il futuro. Riguarda la sua capacità di dimostrare di aver fornito al cliente tutti gli elementi necessari per una decisione consapevole.
La proposta conciliativa è spesso il momento più delicato
Esiste una fase della mediazione che merita particolare attenzione: quella in cui viene formulata una proposta conciliativa.
Molti professionisti concentrano la propria attenzione sugli aspetti giuridici della controversia e tendono a sottovalutare le implicazioni successive di un eventuale rifiuto.
Eppure la storia processuale è piena di casi nei quali una proposta inizialmente considerata poco interessante si è rivelata, alla luce della sentenza finale, decisamente vantaggiosa.
È facile giudicare una proposta nel momento in cui viene formulata. È molto più difficile valutarla qualche anno dopo, quando il giudizio è terminato, le spese legali si sono accumulate e il risultato ottenuto è inferiore alle aspettative iniziali.
Per questo motivo la fase valutativa assume un’importanza centrale.
L’avvocato non deve convincere il cliente ad accettare. Deve però aiutarlo a comprendere quale sia il reale rapporto tra l’offerta ricevuta e il rischio processuale.
Un caso che ogni civilista ha visto almeno una volta
Pensiamo a una controversia ereditaria tra fratelli.
Le posizioni appaiono inconciliabili. I rapporti personali sono deteriorati da anni e la componente emotiva prevale su quella economica.
In mediazione emerge una soluzione ragionevole che consentirebbe di evitare un lungo giudizio.
Una delle parti, però, decide di proseguire.
Passano quattro o cinque anni. Arrivano una consulenza tecnica, diverse udienze, ulteriori costi e inevitabili tensioni familiari.
Alla fine il risultato economico ottenuto è molto vicino a quello che era già disponibile all’inizio del percorso.
Situazioni come questa non sono affatto rare.
Naturalmente non significa che la proposta iniziale dovesse necessariamente essere accettata. Significa però che il cliente avrebbe dovuto essere pienamente consapevole di ciò che stava scegliendo di lasciare sul tavolo.
La documentazione delle scelte diventa una forma di tutela
Uno degli aspetti più sottovalutati riguarda la tracciabilità delle valutazioni svolte durante la mediazione.
Nella pratica professionale molti confronti avvengono verbalmente. Si discute, si analizzano rischi e opportunità, si prendono decisioni.
Con il passare del tempo, però, la memoria delle parti può cambiare.
Ciò che oggi appare evidente potrebbe non esserlo più tra qualche anno.
Per questo motivo è sempre più importante che l’avvocato documenti adeguatamente le informazioni fornite e le valutazioni condivise con il cliente.
Non si tratta di un atteggiamento difensivo o burocratico.
Si tratta di una buona pratica professionale che tutela entrambe le parti del rapporto.
La mediazione come occasione di consulenza ad alto valore
Paradossalmente, il modo migliore per evitare rischi professionali non consiste nell’adottare atteggiamenti prudenti o formalistici.
Consiste nell’utilizzare la mediazione per ciò che realmente è diventata: uno spazio di consulenza strategica.
Oggi il cliente non cerca soltanto un professionista che conosca le norme. Cerca qualcuno che sappia interpretare il rischio, valutare scenari alternativi e individuare il percorso più conveniente.
La mediazione offre all’avvocato l’occasione di svolgere proprio questa funzione.
È il momento nel quale la competenza giuridica incontra la capacità di costruire una soluzione.
Ed è spesso in quella fase che il cliente percepisce il reale valore del professionista che lo assiste.
Conclusioni
La responsabilità dell’avvocato nella mediazione non nasce dal mancato accordo né dall’imprevedibilità delle decisioni giudiziali.
Nasce, piuttosto, dalla qualità dell’assistenza fornita al cliente durante il percorso decisionale.
Informare, spiegare, valutare i rischi e documentare le scelte non rappresentano adempimenti accessori. Sono attività che fanno ormai parte integrante della professione forense.
In questo contesto, un organismo come Mediazione Sicura può rappresentare un supporto concreto per il professionista, offrendo un ambiente nel quale la procedura viene gestita con attenzione agli aspetti giuridici, relazionali e strategici della controversia.
Perché oggi la mediazione non è più soltanto un passaggio obbligato del processo. È uno dei luoghi nei quali si costruisce, o si compromette, la migliore tutela possibile del cliente.


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